Vent'anni fa iniziava il processo di dissoluzione della Jugoslavia. Per gran parte dei Balcani un percorso di guerra, rimasto inciso nella memoria per le immagini di Vukovar, Sarajevo, Srebrenica. Un ventennale che porta in sé un paradosso: non è ancora chiaro se il lento processo di disgregazione della Jugoslavia sia concluso o ancora in corso.
Alla dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991, segue in Slovenia una breve guerra tra esercito federale e milizie locali e poi il lungo conflitto in Croazia il cui simbolo è rappresentato dalla tragedia di Vukovar. Dopo la Slovenia - membro Ue dal 2004 - la Croazia sarà il secondo Paese dei Balcani ad entrare in Unione, dopo una lunga transizione socio-politica e un contradditorio processo di elaborazione del passato.
Nel 1992 il conflitto si allarga alla Bosnia Erzegovina: 2 milioni di profughi e sfollati, più di 100mila morti in maggioranza civili. E poi Srebrenica, definito genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia. Lo scorso 6 aprile, nel ventennale dell'inizio dell'assedio più lungo della storia moderna, Sarajevo ha disposto 11.541 sedie rosse lungo il viale Maršala Tita: ogni sedia, una vittima. Un Paese che non dimentica, ancora sotto protettorato internazionale e nel quale le forti divisioni etno-nazionali tengono vive nel dibattito pubblico le allusioni alla possibile frammentazione del Paese.
Nel 1999 il conflitto in Serbia e Kosovo: la fuga di migliaia di civili kosovaro-albanesi dalla repressione dell'esercito di Milošević e la successiva ondata di violenza nei confronti della comunità serbo-kosovara. Ad oggi l'indipendenza del Kosovo è riconosciuta da metà della comunità internazionale e da 22 Stati dell'Ue. Ma non dalla Serbia, da due mesi Paese candidato all'Ue, che però dovrà affrontare la questione del Kosovo se vorrà proseguire sulla via europea.
Un processo dunque in movimento. Con dispute a bassa intensità per la definizione dei confini, spostamenti di popolazioni per il ritorno di profughi e sfollati, oltre a migrazioni per la mancanza di lavoro. E poi, il rapporto con il passato e l'elaborazione della storia recente che resta contradditorio: quelli che sono criminali per gli uni, sono eroi per gli altri e viceversa.
Una specie di guerra senza armi nel cuore d'Europa, attraverso l'elaborazione di versioni parallele della Storia, in Croazia come in Serbia e Kosovo ma soprattutto in Bosnia Erzegovina. "L'Europa muore o rinasce a Sarajevo": fu l'ultimo appello di Alexander Langer lanciato il 26 giugno del 1995 di fronte al Consiglio europeo di Cannes. Oggi, le sue parole risultano più che attuali.
Nicole Corritore è redattrice e addetta stampa di Osservatorio Balcani e Caucaso fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 2001. Parla correntemente il serbo/croato/bosniaco, scrive di cultura, temi ambientali, cooperazione e questioni di genere. Tra il 1992 e il 2000 ha operato in Croazia e in Bosnia Erzegovina in progetti di cooperazione internazionale e decentrata promossi da diversi attori della società civile italiana.
In ambito cinematografico ha fatto parte dello staff del film Oltre il confine (di Rolando Colla, 2002) girato tra Italia e Bosnia Erzegovina, oltre al gruppo di consulenti della produzione Fly Film per la realizzazione del documentario Back to Sarajevo (2007, di Alan Knight). Tra le sue pubblicazioni Quando a Mostar arrivò la guerra in Donne per un altro mondo. Storie di protagoniste femminili in Africa, Asia, mondo islamico, Balcani e Caucaso, America Latina, Nazioni Unite (Gabrielli editore, 2008).