Verso il centenario del poeta di San Stino
Nel contesto della poesia veneta del Novecento, Romano Pascutto (San Stino di Livenza 1909 - Treviso 1982) mantiene una posizione originale e nel contempo conforme alla vocazione sociale dell'espressione dialettale. Se è vero che il percorso di Pascutto contrassegnò una graduale ma decisa emancipazione dai moduli neorealistici, verso la conquista di una lingua e di una cifra propria, l'aderenza ai dati biografici e all'identità territoriale non metterà mai tra parentesi la coscienza comunitaria e il senso di responsabilità del poeta.
I copi (1971) sembra rappresentare perfettamente il principio solidaristico, tenendo altresì in magnifico equilibrio la forma del testo e la similitudine fonologica corpi = copi, alla base di una metafora generativa impossibile in ambiente linguistico italiano:
I copi i se tien quasi par man
come fradei, i se pasa l'acqua
i se spartisse el sol e le nuvoe
e le nevegade che le pesa guaive
Semo manco de lori, copi sbaliadi
che no se liga, i se urta e rompe
senza rason, sora 'na casa indove
un sta in pase e l'altro in guera.
Un analogo procedimento risulta visibile in una delle ultime poesie, Foie de tilio (1981), componimento eponimo della silloge pubblicata da Bino Rebellato:
Le foie de tilio
casca come paveie,
oro brusà da l'istà
che l'autuno destùda
e sùfia in buse grise.
Cussì, da le radise
la vita casca a tochi
e non se sinte gnent,
come 'sta pioveta fina
tuta baseti de fora
e morsegoni drento.
Anche l'approssimarsi del congedo dalla vita non è dunque concepito dal poeta all'esterno della dimensione corale della condizione umana.
Commentando il poema la Storia de Nane (1963), uno dei maggiori conoscitori della poesia di Pascutto, Antonio Daniele osserva: "Sono passi di inventività lirica naturalissima, veicolati da una lingua individuale e - oserei dire - assoluta, nel momento che da parlata di paese (...) si erge a veicolo di espansione sentimentale, passando da strumento di comunicazione orale a subitanea lingua d'arte" (Introduzione a L'acqua, la piera, la tera e altre poesie, Venezia, Marsilio, 1990, p.XVIII).
Probabilmente a un certo punto Pascutto giunse a separare il registro, ormai più intimo e caratterizzato da maggiore impegno formale, della scrittura poetica dall'attività militante di romanziere e autore di teatro (vedi Il Pretore delle baracche, 1973, La lodola mattiniera, 1977 e Il viaggio, 1979; mentre sui copioni teatrali inediti, il recente convegno di Portogruaro, Romano Pascutto e il suo teatro). Ma come ebbe a ricordare Andrea Zanzotto, presentando postumamente nell'anno della sua morte la raccolta poetica ne varietur, in Pascutto "il dialetto è sentito come fatto di ricca veicolarità, è al centro perché in esso tutto un mondo di presenze si riconosce e si esprime (...) può diventare "lingua", aver a che fare con l'arte, perché si nobilita (per così dire) sull'onda portante del suo sentirsi e farsi interprete di un autentico "atto storico", per quanto privo di ogni enfasi" (L'acqua, la piera, la tera, Treviso, Matteo, 1982, p. [6]).
Al di là del suo impegno politico nelle file della Resistenza, il sociale resta dunque una delle possibili chiavi di lettura della poesia di Pascutto, che va messa in rapporto non solo, secondo il suggerimento di Zanzotto, con le grandi voci di Giacomo Noventa e Biagio Marin, ma anche con il retroterra costituito dalla poesia dialettale veneta di denuncia da Berto Barbarani a Ugo Facco De Lagarda, a Sandro Zanotto, e alla tradizionale dedizione da essa mostrata nei confronti dei decaduti e dei marginali. D'altra parte l'intervento di Andrea Zanzotto "pievesan" sottolinea implicitamente la collocazione di confine della poesia di Pascutto: vicina da un lato ai "veneziani" ("lingua più veneziana che sanstinese", come ha osservato Tiziana Agostini, Romano Pascutto (1909-1982), in Poesia veneziana del '900, a cura di B. Rosada, Collana Amici delle Arti, 2004, p.69); dall'altro famigliare al Nord Est e compagna di strada, in qualche modo, delle anime di frontiera disperse tra Veneto Orientale, Marca Gioiosa e aree pedemontane.
Si pensi alle cose dialettali di Zanzotto, da Mistieròi a Filò; si pensi alla triade "stran, lénch e piére" (strame, legno e pietra), in cui Luciano Cecchinel rinchiude la sua realtà, facendo con piena evidenza eco al Pascutto della Storia di Nane:
'ste tere
de strame e de fame, de fossi ...
(Alessandro Scarsella)